|
|
 |
 |
|
Quel «gran borgo» che quando il
Manzoni prendeva a scrivere la sua impareggiabile «canta favola»; or sono cent'anni,
già s'incamminava a diventar città, da un pezzo è ormai un'ampia, moderna e
civilmente laboriosa cittadina il cui comune, secondo il censimento 1921, conta
13.141 abitanti e tutto il territorio del circondario 157.354.
Non toccò a Lecco la sponda più amena del magnifico Lario, ma la più imponente e
operosa: ché se a' piedi delle alte montagne brulle e negre strapiombanti in più
luoghi a dirittura giù nelle acque non si svolgono i deliziosi meandri dei
giardini verdi attorno alle ville sontuose, vi si adagiano, o meglio vi si
aggrappano, in compenso, gli opifici fumosi d'onde il prodotto del lavoro umano
esce in gran copia per tramutarsi in moneta corrente. E questa operosità degna
delle fucine favoleggiate nelle latèbre del siculo Mongibello non è d'oggi, ma
data da più di cent'anni, poi che già ai tempi del Foscolo le ferriere lecchesi
destavano gli echi delle gole montane e delle insenature del lago, onde il
grande poeta dal troppo sensibile cuore cantava alle Grazie, nella sua originale
concezione sintetica di cose dissonanti, dalle quali sa trarre un concento di
amabili armonie:
Così quando più gaio Euro provoca
sull'alba il queto Lario, e a quel sussurro
canta il nocchiero, allegransi i propinqui
liuti e molle il flauto si duole
d'innamorati giovani e di ninfe
sulle gondole erranti; e dalla sponda
risponde il pastorel colla sua piva:
per entro i colli rintronano i corni
terror del cavriuol, mentre in cadenza
di Lecco il maglio domator del bronzo
tuona dagli antri ardenti: stupefatto
pende le reti il pescatore ed ode. |
|
|
|
Una prova della importanza economica assunta da Lecco è il suo mercato
bisettimanale, mercoledì e sabato, il più frequentato della regione ed uno dei
più affollati della Lombardia. Pier Ambrogio Curti nella sua simpatica Guida del
Lago di Corno e del Pian di Erba così lo descrive «È detto che il mercato di
Lecco sia una gran cosa, massime ai sabati d'ottobre, e ognun vi corre che stia
in villa, o lungo il lago, o nel vicino Pian d'Erba, o nella restante Brianza
superiore. Gli è che ognuno serve di spettacolo all'altro: giunge una carrozza,
ne giunge un’altra, gli uni attendono a vederne scendere gli altri; son persone
che si conoscono, che si salutano, che si stringono la mano, si baciano, si
scambiano notizie e complimenti; poi a braccetto si passeggia a veder altri, poi
si parla e si sparla di tutti; si ingombra il caffè; si impegna a fermarsi per
la sera al teatro, che per consueto ha in autunno buona compagnia di canto; poi,
se sì, si va all'albergo, il Leon d'Oro o la Croce di Malta, forniti d' ogni
comodità; se no dopo un paio d'ore, chi rimonta in carrozza, chi riascende il
vapore; gli uni vanno di qua, gli altri di là, tutti ritornano alle loro ville a
diffondere alla loro volta le notizie e i pettegolezzi uditi, e a domandarsi
spesso: ma infine, che cosa v'era a Lecco? Perché ci si va? E a malgrado che la
risposta che ognun si dà a se stesso non contenga grande costrutto pure il
sabato successivo vi si ritorna».
Digradando dai colli che fanno scalino a più alte prominenze fino ad affacciarsi
sul lago in uno schieramento poco regolare, avendo a sinistra la foce per cui il
lago si va pacatamente cangiando in fiume, cavalcato subito da un lungo ponte
costruito in tutta pietra al tempo di Azzone Visconti, fra il 1336 e il 1338,
rifatto dal conte di Fuentes governatore dl Milano nel 1609, allungato e
restaurato più volte, e finalmente pur troppo del tutto trasformato ed
agghindato negli ultimi anni con due ringhiere in ferro ai lati, sì che di
medioevale non serba neppur l'ombra, e a destra affacciandosi ad un ampio seno
cui sovrasta il monte San Martino, Lecco si presenta, a chi dal lago le muove
incontro, pittoresca ed amena. Dietro le sta il Resegone con la sua cresta
grandiosa frastagliata di denti dolomitici.
SPUNTI STORICI
Che Lecco, di oscure origini,
dal nome forse ellenico (latino Leucum, come Leucade, bianca), dopo aver seguite
le sorti delle due regioni lariana e briantea dalla favolosa epoca degli Orobi
alla formazione dei Comuni divenisse nel medio evo un importante castello, è
facile comprenderlo dalla sua giacitura che la poneva al comando d'uno dei primi
passi lombardi; ma delle sue fortificazioni non restano che ruderi di torri, una
delle quali presso il Municipio, ridotta a carceri, l'altra accanto alla chiesa
maggiore, adattata a campanile. Sofferse anche Lecco col suo territorio
dell'ambizione delle famiglie più potenti e dei principi, quando i Comuni
divennero signorie. Contesa quindi prima fra i ghibellini Longhi ed i guelfi
Benalio, poi tra i Rusca e i Visconti, a più dolorose vicende soggiacque per le
guerre tra Filippo Maria e la Repubblica di • Venezia, della quale stette alcuni
anni in potere (1428-1452), sempre però allo stato insurrezionale, avendovi
mantenuto i Visconti e gli Sforza un loro forte partito, e in questo tempo
combatterono nel lecchese con varia fortuna i più celebri capitani dell'epoca:
Carmagnola, Facino Cane, Piccinino, Colleoni, Cornaro, ecc.
In trambusti guerreschi fu nuovamente il territorio di Lecco quando il Medeghino
(Gian Giacomo de' Medici) tentò di formarsi un principato delle terre del Lario
e della Brianza e nel 1512 s'impadronì per sorpresa del grosso borgo,
intitolandosi conte di Lecco e coniando monete con tale qualifica; poi tornò in
quiete, o più tosto in oppressione stabile, sotto gli Spagnoli, per causa de'
quali sofferse nel 1629 il famoso saccheggio dei Lanzichenecchi che andavano
all'assedio di Mantova e portarono la peste descritta dal Manzoni. Il solo borgo
di Lecco, nel contagio, si afferma perdesse 511 persone.
Fragor di guerra rimbombò ancora tra le rocciose montagne del lago nel 1799,
quando Francesi ed Austriaci si scontrarono dinanzi al famoso ponte visconteo,
che fu mutilato d'un arco d'ambe le parti dai due prudenti nemici. Nel '48 i
Lecchesi furono tra i primi popoli rurali che, all'annunzio della insurrezione
di Milano, fecero prigioniero il presidio austriaco: quindi armatisi, corsero a
Monza, aiutarono quei cittadini a liberarsi dell'imperiale e regia guarnigione e
con nuovi rinforzi giunsero a Milano, dove entrarono dal dazio di Porta Comasina,
dopo una viva scaramuccia, primo soccorso fraterno dei provinciali ai
combattenti milanesi. A Milano tornarono nell'agosto dello stesso anno i
Lecchesi per difenderla dal nemico che, inseguendo i vinti Piemontesi, l'aveva
investita con grandi forze, ma giunsero quando già era stato stipulato il
trattato di resa noto col nome di Armistizio Salasco, e non restò loro che
tornarsene e disperdersi in fretta.
«Pochi, ma buoni» veramente sono gl'ingegni fioriti su la terra fertile e
nell'aria fina di Lecco. Rammentiamo anzi tutto Girolamo Morone, lo sfortunato
ministro dell'ultimo duca di Milano, Francesco Il Sforza, per debito di
cronologia, ma più caro agli Italiani è il nome di Antonio Stoppani (1824-1893),
geologo e letterato di mente elettissima, probo e liberale sacerdote; e di
simpatica luce splende il nome del poeta Antonio Ghislanzoni. Né degni d'oblio
sono i nomi dello storico locale dottor Giovanni Pozzi, del musicista Luigi
Vicini, dell'intagliatore Giacomo Mattarelli, che dedica ventidue anni ad un
modello in legno del Duomo di Milano. Lecchese era pure, com'è notorio, la
famiglia dei nobili Manzoni.
|
|
|
|
I MONUMENTI
Lecco - l'abbiam detto - è una
cittadina bella, simpatica, pulita, moderna; ma tutto quel che v'è di
apprezzabile, specie dal lato architettonico, non ha grande importanza né
storica ne artistica. La sua chiesa prepositurale, intitolata a San Nicolò,
situata sopra un poggetto a specchio del lago, è una grandiosa, fabbrica del
secolo scorso, architettata dal classico Bovara; la più antica chiesa di Santa
Marta venne anch'essa resa irriconoscibile da restauri secenteschi e successivi.
Il palazzo municipale, su la piazza del Mercato, d'architettura barocca, nulla
più conserva di caratteristico. Solo ha nell'interno un buon ritratto del
Medeghino, il leggendario pirata del Lago di Como. Il teatro è un edificio pure
di stile neoclassico. Interessanti, se non di prim'ordine, sono a Lecco i
monumenti.
Già sul piazzale della stazione, tra il verde dei giardinetti, troviamo il busto
in bronzo del Ghislanzoni, del. Bezzola (1894), scultura viva e di moderna
arditezza che ben ritrae lo scapigliato librettista dell'Aida, del quale ricorre
adesso il centenario natalizio; poi, nella piazza Garibaldi, il monumento in
marmo all'eroe di Caprera dello scultore Francesco Confalonieri di Costa Masnaga
in Brianza (1884), autore anche del monumento in bronzo al Manzoni nella omonima
piazza (1891). Quest’ultima opera rivela tutto lo studio, non solo, ma anche
l'amore posti dall’artista nel lavorare un ricordo monumentale che si voleva
degno del grande italiano, e l'esito felice dello scopo. Il Manzoni è
raffigurato seduto sopra una poltrona imbottita in atto di contemplare il paese
scelto a teatro del suo romanzo: i tre diligenti altorilievi pure in bronzo
decorano il piedestallo. Dinanzi i due Promessi finalmente sposati a capo del
villereccio corteo nuziale: Renzo offre il braccio destro a Lucia, che, timida,
rimane indietro, mentre con la mano sinistra, alto levata, toltosi il cappello,
saluta con paesana gaiezza bene espressa e dal gesto e dal volto. Da un lato il
ratto di Lucia, che invano si dibatte fra le braccia vigorose degli sgherri, e
dall'altro il padre Cristoforo che con un gesto imponente mostra a Renzo il suo
ricco e borioso rivale disteso mezzo nudo su un pagliericcio al Lazzaretto.
Fra non molto si dice che Lecco, ai tre buoni monumenti che possiede, aggiungerà
quello di Antonio Stoppani, altra gloria pura e gentile di questa simpatica
cittadina.
|
|
|
|
LE MEMORIE DI A. MANZONI
Lecco ed il suo territorio
hanno un'importanza grandissima, tra i primi luoghi d'Italia, per essere stati
scelti a scenario dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Perciò per dire Bene
di Lecco io credo necessario accennare alle memorie che A. Manzoni vi ha
lasciato di sè e dell'opera sua.
E’ noto che la famiglia Manzoni era originaria da Barzio nella Valsassina, la
valle incantevole che da Ballabio sopra Lecco, si prolunga formando un gran
gomito a Bellano. Ma il bisavolo di A. Manzoni nel 1710 era disceso a stabilirsi
a Lecco, in una località detta il Caleotto, e nella cronachetta dei Cappuccini
di Pescarenico, nel 1717, si fa già cenno della signora Margherita Canzona -
singolare benefattrice - che aveva eseguito dei ricami per la chiesa del
Convento.
Però la casa settecentesca della famiglia Manzoni, ancor oggi esistente, fu
ricostruita certamente dopo il 1770, essendone stato architetto l'abate Giuseppe
Zanoia, canonico di Sant'Ambrogio e professore di architettura all'accademia di
Brera in Milano, il quale nacque nel 1752.
Intorno alla bella casa si irradiavano i possedimenti della famiglia Manzoni,
che si prolungavano giù fino a Pescarenico contro l'ortaglia del convento, e su
oltre Acquate e Germanedo fino al Pizzo d'Erna, il più grande contrafforte del
Resegone.
Don Alessandro è il primo della famiglia che nasce a Milano, e se la grande
metropoli lombarda ha avuto la fortuna di avergli dato i natali, lo deve ad una
debolezza della madre Beccaria, la quale dimostrava poco affezione alla vita
provinciale, e tendeva a tirare tutta la famiglia verso la città. Ma il neonato
Alessandrino, è mandato subito a respirare l'aria pura delle sue valli e dei
suoi monti. Egli è collocato a balia, alla Costa, una cascina che fa parte dei
Comune di Galbiate, sulla cresta della collina che dipartendosi dal monte Barro
sale verso Mozzana e da dove si gode un panorama che sembra incantato. L'antica
cascina ora si chiama Alessandro Manzoni, e la culla che ha ascoltato i primi
vagiti del grande poeta, dopo aver raccolto altri bambini di più umili
condizioni, ora è andata a finire nel museo di Lecco insieme ad un altro cimelio
interessantissimo: il corredo di battesimo.
Passati i primi anni d'infanzia, il ragazzetto veniva posto a studiare in
collegio; ma al ritorno delle vacanze egli correva lassù a rivedere i suoi monti
ed il suo lago. Ma vi sarà stato volentieri? Io oso supporre che no; chè la
caccia dei copertoni nel suo paretaio presenta aspetti di crudeltà verso gli
animali e niuna valutazione del tempo, che poco dovevano adattarsi alla sua
mente laboriosa ed alla raffinata bontà del suo animo.
Forse quando l'altrui volontà l'avrà obbligato a rimanere accovacciato là
dentro, avrà spiato attraverso le feritoie i mutevoli e pittoreschi aspetti del
lago, e il partire e il tornare dei pescatori, e forse fin d'allora avrà notato
i particolari dello staccarsi delle barche dalla riva, di cui dettava poi
l'impareggiabile descrizione.
Antonio Stoppani, che più tardi veniva a villeggiare nell'ex convento dei
Cappuccini ed era anche diventato proprietario del paretaio Manzoni, narra che
il Lisandrino una sera era venuto a Pescarenico mentre nella chiesa si impartiva
la Benedizione col SS. Sacramento, e un padre l'aveva invitato a servire da
chierichetto. E dice, che quel fatto doveva aver lasciato una profonda
impressione nell'animo del fanciullo, che non dimenticava più quel padre, forse
il Padre Cristoforo da Barzio probabilmente suo lontano parente, tanto che
avrebbe tolto da lui il nome e la personalità fisica e morale, per tratteggiare
la magnifica figura del suo personaggio immaginario.
Aleesandro Manzoni continua a ritornare alla cittadina de' suoi antenati fino
all'età di 33 anni, tanto che si sa di certo, che fra i 31 e:32 anni egli era a
capo dell'amministrazione comunale di quel gran borgo. Si vuole anche, ma forse
saranno dicerie, che il tipo, dell'Azzecca Garbugli l'abbia tratto appunto da un
suo avversario elettorale.
Nel 1818, per dissesti finanziari provocati dal suo procuratore disonesto, egli
doveva vendere tutte le case ed i luoghi avuti dall'eredità paterna, ed
accontentarsi della villeggiatura di Brusuglio, che gli era venuta dalla mamma
come eredità dell'Imbonati. Certo, Manzoni avrebbe preferito conservare la casa
avita, dove nella cappella di famiglia era sepolto il padre suo, dov'egli era
cresciuto, dove lo richiamavano tante memorie!
Lassù egli si interessava di agricoltura, e con competenza, come ne fa fede
anche la scientifica descrizione dell'ortaglia di Renzo, aveva di fatto condotta
egli stesso l’acqua nel suo giardino; e lassù al ritorno di Parigi aveva curato
la decorazione del grande salone, a grisaglie mitologiche, secondo l'uso del
tempo. Io oso credere che l'immortale Romanzo, abbia avuto origine appunto dal
suo grande dolore in dover abbandonare quei luoghi che gli erano impressi nella
mente non meno che lo sia stato l'aspetto de' suoi più familiari. Quell'addio
inimitabile ne rimarrà la più grande prova !
Alessandro Manzoni nel tracciare il disegno del suo capolavoro, ha fatto come un
artista che intende dipingere un quadro., non semplicemente realistico, ma pieno
di poesia e di spiritualità. Egli ha scelto un ambiente poetico, il suo : vi ha
segnato alcuni punti, che pur essendo tratti dal vero, concorrono all'armonia
della sua descrizione ; il lago, il Resegone, Lecco, Pescarenico, e poi vi ha
raggruppato intorno trasportandoli a piacere, quegli altri luoghi della valle
che maggiormente lo interessavano, nascondendone il nome che sarebbe tornato
oramai dannoso all'azione di tempo e di luogo che erano nella sua mente, e
svestendoli di tutti quei particolari che artisticamente avrebbero nociuto.
Egli descrive, ad esempio, il Palazzotto di Don Rodrigo. Chi ha voluto cercarlo
dietro le indicazioni del romanzo, è riuscito col rompersi il capo inutilmente ;
invece la voce comune lo ha sempre indicato su allo Zucco di Olate. Su quel
promontorio esiste ancora una bella costruzione cinquecentesca, che fu degli
Arrigoni e nella quale, ai primi del secolo scorso, facevano convegno i
patrioti. Forse ad alcune di queste riunioni prese parte anche il giovane
Manzoni e forse in alcuna occasione può essere stato. accolto con poca cortesia
qualche padre del convento. Così egli descrivendo la sala del dottor Azzecca
Garbugli, parla dei dodici Cesari. Questi dodici Cesari erano invece appesi
nella sua casa al Caleotto ed ora cinque di essi sono passati dalla famiglia
Scola che ne aveva comprato lo stabile, al museo di Lecco.
Chi vorrà trovare il paesello di Renzo e di Lucia, dovrà almanaccare per un
pezzo. Alcuni lo vogliono ad Acquate, altri ad Olate. Ma in un caso non
corrisponde la posizione della chiesa, nell'altro non corrisponde quella del
bivio col tabernacolo, e per nessuno la distanza dallo Zucco. Nel romanzo si
legge che l'ombra acuta del campanile proiettata dalla luna, si rifletteva sulla
piazza della chiesa.
Nè il campanile di Olate nè quello di Acquate hanno il cono cestile come
parrebbe indicato dalla descrizione. A meno che non si voglia dire, senza
documentarlo, che il campanile piatto di Acquate sia stato smantellato ; e
sarebbe il solo che per il, giro della luna potrebbe dare l'ombra sulla piazza
della chiesa. In tutto il territorio di Lecco, l'unico campanile coronato da un
cono cestile è quello di Malgrate, ma nessuno crederà che questo possa essere il
paese di Lucia; così sulla strada di Malgrate s'incontra ancora uno di quei
tabernacoli con anime e fiamme a color di mattoni; ma pur qui sarebbe temerario
cercare il bivio dei bravi.
Si sa però che Manzoni giovanetto si recava a Malgrate in casa Agudio. Non è
improbabile che nel suo viaggio, come si sarà intrattenuto a guardar dal ponte
l'acqua passare, così avrà notato anche quel campanile e quella cappelletta; pur
ammettendo che un altro bivio su ad Acquate, ed al quale ora è crollata la
pittura, abbia inspirato la sua descrizione.
È certo che il Manzoni dalla sua bella casa, allora fuori alla libera campagna e
dove si arrivava e si partiva per strade e stradette ogni tanto affondate,
sepolte tra due muri, ogni tanto elevate su terrapieni aperti, egli aveva
innanzi spiegato tutto il magnifico panorama che ha descritto nel suo gran
Libro. Tra magnifiche quinte di cipressi annosi si ammirano le guglie del
Resegone, dal balcone si può godere il lago, l'Adda e poi il lago ancora fin giù
a S. Gerolamo dove si vogliono trovare le rovine del Castello dell'Innominato.
E quando egli ha dovuto allontanarsi da quei luoghi incantevoli e tanto cari, ha
sentito il bisogno di parlarne e farli celebri in tutto il mondo. Giunto poi a
tarda età, una volta che l'ing. Scola, il nuovo proprietario della villa, lo era
andato ad invitare perchè si compiacesse di rivedere le antiche possessioni,
egli aveva chiesto con fare melanconico se esistevano ancora le sue grisaglie,
il suo lampadario di Murano, il suo calamaio con la Maddalena, i suoi mobili e
sopratutto i cipressi del suo giardino ; ma lassù non aveva più voluto ritornare
per non aprire nel suo cuore una troppo dolorosa ferita ». (Arch. D. G. POLVARA)
|
|
|
|
LA VALLE DELL'ADDA
Avanti di prendere corso e
figura di fiume, l'Adda, uscendo dal lago di Lecco, forma una serie di laghetti
chiamati, dal nome dei paesi più grossi che vi si specchiano, Lago di Pescate,
davanti a Pescarenico, Lago di Garlate, da Maggianico, a Calolzio, Lago d'Olginate
fra questo paese e Calolzio che gli sta di fronte. Passato Pescarenico, su la
sinistra del laghetto di Pescate, sorge Maggianico, luogo assai ricercato dai
villeggianti per la sua amena giacitura, sebbene poco elevata, sul lembo del
Magnodeno, ch'è uno sprone del Resegone. Due pale d'altare, una del Luini,
l'altra di Gaudenzio Ferrari, accrescono l'importanza della sua bella
parrocchiale. Numerose le ville. Il cremonese Ponchielli si compiaceva di
riposare in Maggianico e di convitarvi molto frugalmente gli amici. Qui ebbe una
villa anche il celebre operista brasiliano. Carlo Antonio Gomes di Campines
(1839-1896). Presso il paese il torrentello Cino forma una cascata e v'è anche
una copiosa sorgente d'acqua solforosa fredda utilizzata per malattie cutanee,
con apposito stabilimento. E' frazione di Maggianico il paesello di Chiuso.
Continuando su la riva sinistra s'incontra Vercurago, esso pure alle falde del
Resegone, ma già in territorio di Bergamo, d'onde si può salire a Somasca, al
santuario (294 m.) fondato nel 1528 dal patrizio e filantropo Girolamo Miani.
Sopra Somasca è quella vetta dirupata che reca le rovine d'un vecchio castello
attribuito all'Innominato. Nelle immediate vicinanze è Calolzio, a cavaliere
delle due valli di S. Martino e d'Erve, ben visibile anche dall'estremità
occidentale della Brianza per il suo fitto aggruppamento di case e di ville
biancheggianti arrampicate anch'esse su le propaggini del Resegone e discendenti
fino alla sponda del Lago d'Olginate, proprio come branchi di pecore pascenti.
Domina il paese una bella chiesa della prima metà del secolo XIX, progettata dal
Moraglia, cui si accede per una lunga scalinata in pietra. Un alto pronao su
grandiose colonne monolitiche scalpellate da un immane masso erratico introduce
al tempio. Convegno di alpinisti per la partenza e per il ritorno, Calolzio è
altresì ricercato dai villeggianti ed il vecchio paese è ormai sopraffatto dal
numero delle ville deliziose, cinte di giardini fioriti ed ombrosi, taluno
gemmato di statue, eco lontana delle magnificenze lariane e della Riviera
Ligure.
A circa quattro chilometri da Calolzio, ma più alto, Rossino, propizio anch'esso
alle belle villeggiature e ben visibile da lontano, specie per il suo rinnovato
castello dalle estese mura merlate, che contrasta alle ruine di Somasca l'onore
di avere appartenuto all'Innominato. Sotto Rossino, il grazioso villaggio di
Corte.
Non volendo però addentrarci più oltre nella Bergamasca, volgiamoci all'altra
sponda dell'Adda, contemplando intanto il superbo scenario delle boschive
montagne dell'alta Brianza orientale dominate dalla bella vetta del San Ginesio
ammantata d'una folta criniera di cipressi fra i quali occhieggia il candido
eremo camaldolese dei figli di S. Romualdo (859 metri). Passato il lungo e
svelto ponte gettato sul laghetto d'Olginate, troviamo subito questa degna
borgata industriale, che se può invidiare a Calolzio i vantaggi estetici e
panoramici dell'aprica posizione, in compenso gode d'un'aria più fresca,
riparata com'è alle spalle dal sole. Da Olginate dirigendoci verso il Milanese
si entra nella verdissima Valgreghentino, terra di agricoltori, tutta quiete,
che elevandosi fin sopra i 300 metri gode d'un gran colpo d'occhio su la valle
dell'Adda, la quale, sempre più allargandosi a misura che si restringe il corso
del fiume, si introduce dalla destra nella ridente Brianza, dalla sinistra sul
fervido Bergamasco.
|
|
|
|
VALMADRERA
Ma se da Olginate ci
riaccostiamo al lago di Lecco, incontriamo i colli che separano la valle
dell'Adda da quella d'un altro lago, il piccolo bacino d'Annone o d'Oggiono, e
uno dei primi paesi è Galbiate, a 370 m., a cavaliere delle due valli, unito da
buona strada con Oggiono e con Lecco. Affrancatosi dalla servitù feudale nel
1671, rimase preferito soggiorno di nobili e di agiati borghesi, così che è
ricco di palazzotti e di ville, fra cui notevole quella che il barone Pietro
Custodi, economista e storiografo, continuatore della Storia del Verri, si fece
fabbricare sopra un vecchio convento di cappuccini del sec. XVI, risparmiandone
la chiesa e parte del chiostro. Alla Villa Sanchioli esiste un'eco che ripete
fino ad un endecasillabo. Grandiosa è la chiesa, ardito e slanciato il campanile
architettato dal Brioschi nel secolo scorso. Da Galbiate si può salire al Barro
(922 m.) in circa due ore, senza gran fatica. Presso la vetta è un albergo. Da
questo monte si gode un'amplissima veduta panoramica, e sopra di esso riferiva
Plinio esser voce che fosse esistito un « oppidum Orobiorum Barra », un castello
degli Orobi chiamato Barra, dal q Tale sarebbe disceso il popolo che fondò
Bergamo.
A mezza costa del monte, verso Lecco, è un'antichissima chiesa di S. Michele di
cui parla lo Stoppani nel suo bozzetto La sagra di S. Michele, festa celebrata
su quelle balze il 29 settembre.
Discendendo a Pescate, davanti al ponte visconteo, e continuando su la sponda
del lago, si giunge a Malgrate, grosso e bel paese che sorge in faccia a Lecco.
In esso avevano casa gli Agudi, ed allora che n'era proprietario il canonico
Candido, il Parini vi godè ospitalità e vi scrisse parte del Giorno. Il
contemporaneo Balestrieri, poeta meneghino, ivi pure voltava in dialetto la
Gerusalemme Liberata. La chiesa possiede buoni dipinti di Cherubino Cornienti
pavese (1816-1860), l'Annunciazione e la Natività. Una ventina di metri più
sopra sorge il grosso paese industriale di Valmadrera, che dà il nome alla
piccola plaga circostante. L'industria serica, che vi è rappresentata da vari
opifici, ed altre minori industrie fecero prosperare assai la economia del
comune, conferendogli altresì un aspetto di civile benessere. La monumentalità
della chiesa è dovuta ai progetti di Simone Cantoni eseguiti poi in parte dal
Bovara, e secondo il Ghislanzoni portò « in quella valle, melanconica e
solitaria, un frammento della grandezza e della pompa romana ». Le quattro
colonne monoliti che della facciata vennero tolte, al solito, da un masso
erratico non molto distante. L'interno fu decorato d'affreschi dal Sabatelli che
vi dipinse l'Apocalisse.
V'è pure un quadro del Lomazzo, Cristo e S. Antonio, e vi sono sculture di
Benedetto Cacciatori. Di opere d'arte sono decorate anche le splendide ville dei
Gavazzi, fra i primissimi setaioli del Lecchese.
Dalla Valmandrera si accede alla Valle dell'Oro, di cui è centro Civate, e che
già è Brianza, dominata dagli alti Corni di Canzo (1372 m.) che il Torti cantò
O selvose montagne o gioghi erbosi,
o di lontan sovreminenti al verde
cornuti
massi...
Al di là dei Corni di Canzo è la Valbrona, parte della Valassina. Dalla Valbrona,
più tosto che lungo il lago di Lecco, privo da questo lato di strada
praticabile, si discende per una recente e pittoresca strada ad Onno, solitario
paesino che divide con Parè, Vassena e Limonta, più prossimo quest'ultimo a
Bellagio, e rivelato al mondo dal Marco Visconti del Grossi, l'onore dei sedere
su questa riva del lago che le alte montagne a ridosso, nude e dirupate,
strapiombanti, cupe e ferrigne, giù nelle acque, rendono soverchiamente dominata
dalle ombre e priva dei benefici del sole, malinconica e solitaria. Da Vassena
una funicolare aerea per passeggeri, la prima del genere costruita in Italia,
collega quel punto della riva con Civenna in Valassina.
|
|
|
|
VALSASSINA
La via per la Valsassina si
apre in. Lecco stessa movendo dalla stazione ferroviaria, traversa la grossa
borgata di Castello, ormai subborgo. della città, e San Giovanni alla Castagna -
bella parrocchiale dov'è sepolta la poetessa Francesca Manzoni (1710-1743)
nativa di Barzio, che imparò molte lingue, si approfondì in varie scienze, fu
accademica di più dotti sodalizi e morì di appena trentatrè anni - affacciandosi
sul verde dei campi e dei giardini e sui folti abitati industriali. Le acque
discendenti dalla montagna recano la forza dinamica agli stabilimenti e tutta la
Valle del Gerenzone è teatro di una sana operosità. Usciti da San Giovanni, si
trova il Ponte di Malavedo (364 m. ed il villaggio omonimo con ferriera.
Impressionante, vista di qui, la muraglia verticale del Monte Coltignone, alta
400-m- senza sporgenze. A 420 m. d'altezza è Laorca, sul Gerenzone, sito in una
angusta valle pure industrialmente operosa come moltissime altre località della
vallata. Poco sopra Laorca è una grotta, pittorica, ma di scarsa importanza.
Sorpassato il Ponte di Gàina (m. 441) ed il ponticello sul Gerenzone, salendo
per altri duecento metri circa si perviene all'Albergo del Ristoro, dal cui sito
lo sguardo spazia con intensa soddisfazione dal candido aggruppamento
dell'abitato di Lecco, alla verzura ingioiellata di paesi e di ville del Piano
d'Erba. Eccoci finamente su le alte soglie della Valsassina superba ne'. suoi
manti di smeraldo, con la gola per cui transita il torrente Grigna e la conca di
prati lussureggianti che prende nome da Ballabio. Ma tal nome è diviso fra due
abitati Ballabio Inferiore (653 metri), a piè del Pizzo Sodatura, cioè sul
prolungamento settentrionale del Resegone, con una chiesa ridotta ad abitazione
che conserva avanzi di pitture quattrocentesche sopra una parete, e Ballabio
Superiore (732 m.), che comanda l'ingresso d'uno dei va!~ Ioni formati dai
contrafforti della Grigna meridionale ed è su la via più consigliata per salire
a quella vetta. Questi luoghi producono cereali e vini e dànno anche del ferro,
ma uno dei maggiori traffici è il deposito che qui si verifica, grazie alla
particolare benignità climatica, degli stracchini di Gorgonzola della Bassa
lombarda, che nelle « casere » di Ballabio compiono la loro maturazione prima di
essere asportati. Superato 'il colle di Balisio, con ripida discesa si giunge ad
un altro paesino montagnardo il cui nome indica già il mestiere degli abitanti :
Pasturo (641 m.), dove Renzo, se lo ricordate, trovò Agnese dopo la peste.
Accampato alle falde orientali della Grigna settentrionale, cui di lì si può
salire in quattr'ore, esso è una consigliabile tappa per gli alpinisti, che di
fatto lo frequentano. assai, facendolo progredire. I pascoli rigogliosi e le
dense boscaglie lo beneficano di vive tinte e di deliziose frescure.
Nella sua alpestre semplicità è rimasto Bajedo (632 m.), poco oltre e dalla
stessa parte di Ballabio, villaggio di mandriani che in estate popolano le baite
montanine e producono ottimi latticini. Altri due paesi di vario aspetto, a
destra di Pasturo e di Bajedo, sono Cremeno (797 ml) e Barzio (770 m.), ambedue
residenze di bovari e formaggiai. Nel secondo nacque la poetessa Francesca
Manzoni che trovammo sepolta a S. Giovanni alla Castagna. Valicata la pittoresca
stretta d'Introbio ed il Ponte Chiuso (563 m.), per pochi metri si sale al paese
da cui si denomina la strozzatura. Introbio (586 m.), capoluogo della Valsassina,
i cui abitanti sono maestri nel fabbricare stracchini e robbiole molto pregiate
anche all'estero, specie a Londra, dispone anche, nel territorio, di miniere di
barite, minerale bianco ponderosissimo che si usa per appesantire la carta, dopo
una opportuna macerazione che si eseguisce a Calolzio. Dominante le strade di
Lecco e di Bellano. irrigato dalla Pioverna, torrente dalle trote eccellenti,
reso più maestoso e pittoresco da una bella torre medievale che serve di
campanile alla sua chiesa, Introbio é anche punto di partenza di magnifiche
escursioni. Interessante quella alla Cascata della Troggia, detta Paradiso dei
cani. cui si giunge in una ventina di minuti e che si rivede nella ben maggiore
ascensione al Pizzo dei Tre Signori, passando per la Valle di Biandino. Una
teleferica va calando a Introbio la galena argentifera della miniera di Camisolo.
Superate le Baite della Scala (m. 1380), duecento metri più sopra si trova
l'altipiano di Biandino con piccola capanna privata per riposarsi. Dal lato
della valle ecco le grandi pareti del Pizzo, un tempo confine tra il Canton dei
Grigioni, il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia, tutte di porfido
rosso. Più in alto (m. 1912) il romito laghetto alpino del Sasso, poi la
Bocchetta di Piazzocco e splendido panorama su la Valle dell'Inferno, in
Valtellina. Quindi la vetta (m. 2554).
Dopo Introbio, alla medesima altezza, il povero paesino di Barcone, pur dedito
all'industria casearia : segue Primaluna (550 m.), luogo d'origine di quei
montagnardi signori che furono i Torriani, i quali dai loro nidi d'aquile della
Valsassina scesero a dominare Milano. Castello di prim'ordine nel loro vasto
feudo fu Primaluna, ma non resta oggi che un moncone di torre. Altri paesi che
nulla offrono oltre le delizie della splendida natura che li ricinge, ed è già
dono munifico e salutare, sono Pessina (570 m.), Cortabbio (metri 527), in
magnifica posizione dinanzi allo scosceso versante, settentrionale del Moncodeno
su cui si trovano ghiacciai e nevai che gli abitanti utilizzano per conservare i
loro prodotti caseari, Cortenova (414 m.), Esino Inferiore (750 m.) ed Esino
Superiore (812 m.), teatri di panorami indescrivibili, Bindo, villaggio di
pastori nel fondo della valle, Parlasco (688 m.) dotato di ferro. Crandola (769
m.), paese di carbonai con una miniera argentifera, Margno (717 m.), e
finalmente Taceno (507 m.) con acque ferruginose ed albergo, non lontano da una
centrale elettrica di 3000 HP. Presso il Ponte di Taceno (m. 435), che cavalca
la Pioverna già avviata al lago di Lecco, il velario delle montagne sembra
chiudere la Valsassina : al di là è un'altra valle che si apre, la Val Muggiasca,
che prende nome dal Monte Muggio (1791 m), alto fra i due bacini della Pioverna,
con sbocco a Bellano, e del Varrone, con foce a Dervio.
|
|
|
|
IL SAN MARTINO ED IL RESEGONE
Non si può descrivere il
manzoniano territorio lecchese e tralasciar di dedicare alcune righe ai due
monti che il Manzoni rese popolarissimi : il S. Martino ed il Resegone. Ma per
compiere il nostro cómpito col rispetto dovuto a tutta una tradizione letteraria
ch'è la più simpatica fra quante ne conosciamo, dove troviamo di poterlo fare
con la penna dei più illustri e cari seguaci de grande lombardo, no-i7 esitiamo
di cedere il campo. Ecco dunque come A più garbato e il più dotto dei
manzoniani, lo Stoppani, descrive il Monte S. Martino:
«È un monte fantastico, vedete; tutto una rupe, nuda, aspra, angolosa, degna di
campeggiare in un'epopea di giganti. La città di Lecco si appoggia da tramontana
a quello stempiato macigno e gli è obbligatissima che, slanciandosi ritto come
un muraglione ciclopico, difenda, se non lei propriamente, almeno il suo ridente
territorio dai gelati aquiloni, e riverberandovi i raggi solari, spesso vi
anticipi la primavera nel cuor dell'inverno.
« Il San Martino sorge col suo fianco occidentale immediatamente dal lago, come
una bastia di pietroni a picco, quasi dappertutto inaccessibili, da cui le frane
sterili ed aspre discendono sino al fondo di quello specchio del più cupo
azzurro, che s'inabissa a' suoi piedi fino alla profondità di 150 metri. Più su,
quella parete a piombo si alza a scaglioni giganteschi, formando di tratto in
tratto pianerottoli e piani inclinati, sempre intramezzati da altre pareti a
picco. Da mezzodì, ove la montagna è pia nuda, sporge innanzi nuda nuda la
fronte, e nel mezzo di questa si apre un antro spazioso, come una gran
cicatrice, o come l'occhio di Polifemo: segno probabile, come ce n'ha tant'altri
nelle Prealpi, che il mare una volta ci avventava i suoi flutti. Intendetemi
bene. Non è che il mare si levasse fin là; gli è che il San Martino, come le
Prealpi e le Alpi, come tutte le catene del globo, sorsero dal mare ; e quindi
ci fu tempo che le conchiglie e i pesci del mare abitavano quegli stessi
crepacci, ove ora s'annidano il passero solitario ed il falco; e come oggidì
sulle coste della Calabria e della Sicilia, così allora, al piede delle montagne
nascenti, rimbombavano gli antri scavati dalla tempesta.
«Al disopra di quella rupe e di quella caverna, la montagna, continua a salire
in forma di piramide, o piuttosto di pina composta di rupi acute e vertiginose.
Dal vertice di essa si discende verso oriente, sempre d'un modo, fin dove la
base della montagna è rosa all'ingiro dalla Galavesa, detta anche Gerenzone, che
è il più settentrionale di quei tre grossi torrenti, di cui, nella stessa pagina
dei Promessi Sposi, (ne aveva già parlato) avete letto che formarono coi loro
depositi la costiera del lago.
« Eppure questa montagna, la quale, vista da Lecco, sembra affatto
inaccessibile, non è tale però che non ci si possano fare delle gite piacevoli
ed anche facili. Proprio sulla fronte, dove sopra la base così scoscesa della
montagna comincia un pochin di pendio, una macchietta bianca attira a sè gli
sguardi di ognuno che venga a Lecco per la via di Bergamo o di Milano. È la
cappelletta di San Martino; e chi la vede per la prima volta, non la potendo
credere un nido d'aquila o di falco, è forza che domandi a sè stesso chi mai
abbia potuto, non dirò fabbricare delle mura, ma nemmeno portare il piede lassù.
Eppure ci si va così bene! Dapprima per una valle, o piuttosto per una specie di
crepaccio nascosto in seno alla montagna; poi per una serie di scogli, che
formano come una specie di gradinata. Che vista stupenda si gode da quel breve
pianerottolo sul quale è edificato l'umile tabernacolo! E di lì un sentiero
assai comodo, benchè quasi volante su precipizi vertiginosi, attraversa tutta la
montagna dalla parte del lago, finchè vi conduce in un seno, coperto di prati e
di boschi, con in mezzo una chiesuola ed un fabbricato, il quale, benchè
denominato comunemente convento di San Martino, non è e non dev'essere mai stato
altro che una stalla. Oh com'è delizioso quel posto! Com'è dolce, in mezzi a
quella specie di anfiteatro, che si direbbe il tempio dell'aridità, trovare una
così bella verdura! è là sotto, un piccolo antro nella rupe, che accoglie un
piccolo stagno, nutrito da una fonte fresca e perenne, che ha tutta l'aria di un
perenne miracolo. E poi, e poi...
« Non la finirei più, quando parlo de' miei monti. Quanto al San Martino, so di
un celebre paesista solito dire ch'è la montagna più bella del mondo. Ed è tale
principalmente per il contrasto tra quel colosso di rupi ignude che si slancia
così ardito nell'aria, e le sue falde, sparse dapprima di cespugli e di querce,
poi di cipressi, di edere, di lauri, di ulivi, a boschetti, a macchie sempre
verdi ; e più basso, di case e di paeselli, finchè tutto diviene un gran gruppo
di abitati, quasi una sola città, che discende giù, come un fiume di case, fino
a Lecco, fino alla riva del lago, in mezzo ai campi ed alle vigne, fra il rumore
incessante di cento e cento officine, dove il ferro e la seta si lavorano con
pari abbondanza, e quasi con pari finezza. Lasciatemi dire anche questa, e poi
ho finito. Il Monte San Martino ha la singolare proprietà che il suo fianco,
dove discende verso il lago, visto di sera, quando il buio ne confonde le
disuguaglianze, disegna con rassomiglianza maravigliosa, il profilo di Napoleone
dormente, assai più colossale del Colosso di Rodi. Non gli manca nè la fronte
protuberante, nè il gran naso aquilino, nè il mento d'un ovale perfetto. Lo si
vede benissimo disegnato, o dalla via di Bergamo presso Chiuso, a mezzodì, o
dalle pendici sopra Menaggio a settentrione ».
Così nel e Bel Paese », che non tutti gl'Italiani conoscono, e che troppi
italiani grandi dimenticano di aver letto da piccoli, Antonio Stoppani descrive
la sua montagna con l'ardente affetto di chi v'è nato appresso, con la dottrina
dello scienziato:, con la scioltezza e col colorito dell'uomo di lettere.
Il Resegone però ha una forma ancor più caratteristica del San Martino, con la
sua cresta formata da undici scoscese punte dolomitiche rassomiglianti veramente
ai denti d'una sega, che in dialetto lombardo si chiama resega, d'onde e el
resegon », per indicare l'arnese ben noto nelle sue gigantesche proporzioni.
Quel monte era popolare in Lombardia, e particolarmente a Milano, d'onde si
scorgeva benissimo - quando non v'era nebbia - dai Bastioni di Porta Orientale,
allor che essi dominavano tutta la campagna antistante, non occupata, come oggi,
dai fabbricati cittadini, anche prima che il Manzoni vi richiamasse l'attenzione
del pubblico con l'accenno fattone iniziando il suo romanzo. Da ogni parte poi
del territorio che si stende fra Milano e Como l'occhio incontra sempre quel
bruno a ceruleo schieramento dentario, a traverso il quale è bello dall'alta
Brianza veder sorgere il sole che in estate va scorrendo tutte le dieci
finestre, successivamente affacciandosi a ciascuna di esse. È noto, l'errore del
Carducci che, per aggiungere forza alla pittorica descrizione del Parlamento
milanese soddisfatto d'aver decisa la guerra contro il Barbarossa, termina le
strofe con una pennellata magistrale, sebbene sbagliata
Il sole ridea calando dietro il Resegone.
Secondo il punto di vista dei Milanesi il Resegone si trova a settentrione,
quindi impossibile che il sole calasse da quella parte; ma fu giustificato
l'errore del poeta osservando che, veduto da un altro punto, può anche dare
l'impressione di trovarsi. a occidente.
Pur questo monte, ormai classico, offre piacevoli ascensioni. La sua altezza
massima è di m. 1875 e le sue pareti sono solcate da canali profondamente
scavati entro i quali di solito si vede biancheggiare la neve, divisa in candidi
ruscelli, anche dopo che le vette l'hanno scossa, Da Acquate si può salire in
due ore alla Capanna Stoppani del Club Alpino Italiano (m. 820); poi per la Ca
Dàina e a traverso la parte superiore della Val d'Erve, in cinque ore, si giunge
alla vetta, dove da poco sorgono due rifugi privati. Dalla Capanna Stoppani si
sale anche al dirupato Pizzo d'Erna (m. 1375).
Ma non sono le ascensioni al San Martino ed al Resegone quelle più ambite dagli
alpinisti.
|
|
LE GRIGNE
L'escursione alpinistica più
popolare in Lombardia è quella su le due Grigne, imponente massiccio dolomitico
che sorge su la sponda orientale del lago di Lecco e domina l'intiera Valsassina,
Anzi tutto enumeriamo le vie d'accesso alle due vette.
Alla Grigna Meridionale (m. 2184); sei vie Lecco-Ballabio Superiore-Capanna
Escursionisti Milanesi-Albergo Carlo Porta - Lecco-Laorca SuperioreCapanna
detta-detto albergo - Abbadia-Piano dei Re
sinelli-Capanna e albergo detti - Mandello, poi come il precedente -
Mandello-Capanna Rosalba per la cresta Segantini (difficile) - Mandello-Capanna
dettasentiero Cecilia (non facile).
Alla Grigna Settentrionale (m. 2410); quattro vie Ballabio- Balisio-Capanna
Pialeral-Cresta Sud-Grigna Vetta - Mandello-Capanna Releccio-Canalino -
Mandello-Capanna detta-Canalone (difficile) - Varenna-Esino-Capanna Monza-Grigna
Vetta.
Ed ecco ora le impressioni sulle Grigne che un escursionista manifestava anni
sono nel Bollettino Municipale di Milano (luglio 1919)
«La via più comune per salire alla Grigna meridionale o Grignetta è quella che,
da Ballabio superiore, sale all'albergo rifugio Carlo Porta, via mulattiera
abbastanza comoda tra boschine e strette lingue di prati. Appena si è in vista
dell'albergo eretto alla base del massiccio della Grigna e si lascia alle spalle
la vallata, si ha l'impressione del paesaggio d'alta montagna prati e pascoli,
baite basse e larghe sullo sfondo, rupi scoscese enormi che si innalzano a
picco, e il frequente mutar delle luci e dei colori dal roseo, all'indaco, al
violetto, al turchino, al verde e al nero. Se l'atmosfera è variabile, il
panorama cambia ogni pochi minuti. Nella cortina di nubi si aprono
all'improvviso larghe finestre dalle quali si scorgono il lago, l'Adda, la
pianura lombarda, il Resegone velato.
« Anche la Grigna, abitualmente corrucciata, .non si mostra troppo di frequente
nella sua nudità. Par quasi che sulla vetta i nembi velino qualche strano rito,
qualche grande amplesso di esseri sovrumani.
« L'enorme blocco montagnoso delimitato a semicerchio dalla Valsassina e
sull'altro lato del lago di Lecco e chiuso in un anello di malachite e di
lapislazzuli, sembra difendersi dall'assalto degli abitanti della metropoli così
vicina con l'asperità dei suoi contrafforti e dei suoi costoni e, per irrisione
ai loro sforzi, e alla loro curiosità, con la cortina dei suoi vapori.
« Chi voglia cimentarsi agli acrobatismi sulle pareti verticali in roccia ha a
sua scelta i torrioni Magnaghi, l'ago Teresita, la punta Angelini, la cresta
Segantini, i torrioni Cecilia, la guglia Cinquantenario, il Sigaro e può trovare
ancora qualche punta che aspetta l'audace che la calchi per la prima volta e la
battezzi.
« La salita dall'albergo Porta alla vetta per il sentiero Cermenati è una
passeggiata ben nota ai gitanti che l'affrontano anche con scarpe da Galleria.
La maggior fatica sta nel superare, in principio, il ripido dorso della
montagna, ma lo spettacolo rende lo sforzo meno sensibile. Ai due lati sorgono
gli scheggioni, le punte, gli aghi che sembrano il rifugio dei Giganti
precipitati da Giove.
« Sotto, si stende sempre più vasto, il piano ; i laghi si scoprono, si
allargano, si accendono al sole, diventano di smeraldo, di lapislazzuli, di
opale. Di notte, il velo cupo che copre il lago è forato dai riflettori dei
doganieri e, in fondo, la pianura è chiusa dalla via lattea formata dai lumi
della metropoli. Poco lungi dalla- vetta, a sinistra, si stacca il sentiero che
conduce alla capanna Rosalba per il sentiero Cecilia. Questo procede or dentro
or fuori, tra gli scheggioni che formano la cresta Segantini la quale dà la
sensazione della terribilità delle convulsioni della natura nelle epoche
millenarie in cui si formarono i corrugamenti della crosta terrestre, aiutando
il fuoco, i terremoti e, più lentamente, i nembi e le erosioni.
« Dalla capanna Rosalba si può tornare all'Albergo Porta per un sentiero lungo
coste erbose, per boschi di un verde così smeraldino e trasparente sul fondo
azzurro del cielo che
è dolce allora o sotto un'elce antiqua
o su folt'erba stendersi
mentre fra l'alte ripe l'acque scorrono,
gli augei ne' boschi lagnansi,
per le sgorganti linfe i fonti scrosciano,
leggeri sonni a porgere.
(ORAZIO, Ep. 11, 23-28).
« Anche il sentiero che conduce dal pianoro dell'Albergo Porta alla capanna
Pialeral passa attraverso prati e boschi. Esso è segnato e non è consigliabile
abbandonare il segno. 1 sentieri rappresentano l'esperienza millenaria dei
popoli fanno coincidere il tempo con quel tanto di comodità che è possibile in
montagna. Voler abbandonare il sentiero significa, spesso, perdere tempo.
« Nel tragitto, lungo i fianchi delle due Grigne, nella fresca oscurità
meridiana dell'interno di una baita la polenta fumante raggia come una luna
piena; più innanzi una polla d'acqua cristallina reca una gradita sorpresa per
chi sa quanto povero d'acqua sia il massiccio delle Grigne.
« La capanna Pialeral sta a guardia della conca degli sciatori, tanto questa,
nell'inverno, è frequentata dagli amatori di questo rapido mezzo di locomozione
proprio delle grandi pianure di neve e di ghiaccio del nord.
«Sulla Grigna settetrionale, il Grignone, la solitudine e il silenzio sono
assoluti. L'uomo non può intavolare un dialogo che con sè stesso, in cospetto
alla natura.
« Di lassù, il sorgere del sole, in estate, nella Valsassina verde, non si
dimentica mai più. Quando, superata la cortina di nubi, il disco appare nitido,
ampio, fiammeggiante, a occidente, la catena del Rosa, come sospesa nello spazio
per incantesimo, si colora della più dolce tinta. Il cielo presenta tutta la
gamma dal grigio al verde, al celestino trasparente. Il lago, in fondo, è ancora
plumbeo. I punti più prossimi diventano di oro verde. Di tra le cime più alte
delle catene ad oriente i raggi arrivano tangenti, e, superando in alto le
valli, vanno a rosare altre cime minori.
« Uno stormo di corvi si alza gracchiando dai cratere spento che sta sotto il
rifugio. Dal fondo valle salgono i primi squilli delle campane e degli armenti :
la vita degli uomini riprende il suo ritmo.
« Ora l'atmosfera nel semicerchio della Valsassina è tutto un pulviscolo verde.
La Grignetta, ancora violastra, si sveglia a fatica, si stira, aspetta un raggio
diretto per imbellettarsi di rosa e liberarsi dal brivido freddo del primo
albore. Ma il sole ha vinto tutte le barriere che le nubi avevano frapposto al
suo folgoreggiare. A mano a mano che esso sale nel cielo, i suoi raggi,
percotendo direttamente la roccia, riattivano la fabbrica dei vapori: un fiocco
di bambagia si stacca da una anfrattuosità, si innalza, si allarga, si unisce ad
un altro ; insieme fanno catena ; la loro diafanità si ispessisce, si oscura ;
la nube è formata e naviga nel cielo, verso il sole dove sembra nuovamente
scemare, disfarsi, disperdersi nel nulla.
«Talvolta i fumi della montagna formano un velario opaco che ne avvolge e chiude
tutt'attorno alla vista l'orizzonte, permettendo di immaginare, come oltre la
siepe sull'ermo colle, l'infinito coi suoi spazi, i suoi orrori, i suoi terrori
e i suoi sogni, che son poi quelli della nostra fantasia, del nostro spirito ».
Monografia redatta da Pio Pecchiai, con la
collaborazione, per la parte manzoniana, di D. Giuseppe Polvara, del quale sono
anche gran parte delle fotografie. |
 |