Maggianico:
Villa Ponchielli
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La Villa Ponchielli è un decoroso esempio di architettura della fine dell'800. Fu costruita infatti nel 1880 dall'architetto Bolla, lo stesso dell'attigua Villa Gomes, per il compositore Amilcare Ponchielli (1834-1886). E' costituita da un semplice blocco quadrangolare caratterizzato sulle due facciate principali da pseudotimpani creati dal rialzamento a triangolo del filo di gronda. Le finestre presentano semplici ed eleganti cornici classicheggianti. Notevole il grande parco paesaggistico che si sviluppa in direzione del lago. Passata in anni lontani ai Gerosa Crotta, facoltosa famiglia lecchese, la villa è poi stata lasciata in eredità agli Istituti Airoldi e Muzzi.

Da: Ville a Lecco e nella sua Provincia (Mariagrazia Furlani, Gianfranco Scotti, Pietro Gattinoni, Virginia Tentori) - PERIPLO EDIZIONI - LECCO 1992


Amilcare Ponchielli era stato, nella sua prima giovinezza, assai duramente trattato dagli uomini e dalla fortuna. Basta vederlo; basta osservare la sua rude e buona fisionomia; basta scambiare due parole con lui, perché subito vi avvediate non esser egli uno di quegli artisti ai quali sogliono di preferenza sorridere i favori della società cincischiata e del mondo ufficiale. La pompa delle esteriorità ripugna agli ingegni sodi ed alle schiette nature. Inabili alla cortigianeria, gli uomini della tempra di Ponchielli non sanno neanche vestirsi di quella falsa modestia che giova tanto ai mediocri per rendersi accetti in certe sfere. Fidenti nel proprio valore, essi sdegnano le strategie; consapevoli della propria potenza, essi contano esclusivamente su questa, per conquistare il successo. La lotta sarà più ardua, più lunga; ma quanto più lusinghiera, quanto più completa la soddisfazione del trionfo l Deploriamo la sorte di coloro - e sono forse il maggior numero - che soccombono combattendo, o muoiono scorati nella solitudine .e nell'oblio. Al bravo Ponchielli non era serbata una tale sventura. Qualcuno si sovvenne (in tempo utile), che un atleta dell'arte, ingiustamente respinto dai teatri e dai conservatori, consumava melanconicamente in Cremona la sua intelligenza vigorosa negli esercizi più spietati che una città di provincia possa infliggere ad un maestro. Quando il Ponchielli venne per la prima volta a Lecco, la sua eccentrica figura, improntata di arguta bonomia, appariva circondata da un'aureola. Era l'aureola del successo. Il mondo, questo ente collettivo, così cieco, così ingiusto, così stolto, suol avere, come gl'individui più ottusi e più tristi, i suoi lucidi intervalli. I sentimenti più elevati pajono d'un tratto, in tali fuggitive ricorrenze, comunicarsi per virtù elettrica ad ogni ordine di persone. Alla cecità generale succede la generale chiaroveggenza. Tutti riconoscono, in presenza di un uomo e di un fatto, che una grande ingiustizia fu commessa, che vi ha una riparazione da compiere.
E una splendida riparazione fu data dal mondo al Ponchielli. Una bella sera, dopo la rappresentazione d' una sua opera giovanile, sepolta da oltre due lustri nell'oblio, l'oscuro capobanda di Cremona era uscito dal teatro Dal Verme col diploma di grande maestro. La città di Milano echeggiò del suo nome. All'indomani dell'avvenimento i cronisti intuonarono il peama, i critici sfoggiarono tutta la suppellettile dei punti ammirativi, i sindaci si scambiarono; telegrammi, le onorificenze si incrociarono sul petto dell'artista acclamato, e i negozianti di musica, non mai schivi dal riconoscere il genio quando fiutano il lucro, investirono l'autore dei Promessi Sposi colle più laute profferte. 
Uscito illeso dai lauti simposi e dal fragore delle acclamazioni, Ponchielli, nell'ambiente calmo e sereno del territorio lecchese,: potè ricomporre il suo spirito esagitato dalle sorprese della fortuna. Per assaporare le grandi gioie, l'anima ha bisogno di isolarsi. In presenza delle severe montagne, delle acque azzurre irradiate dal cielo, alle vertigini del successo, sottentravano deliziosamente nell'anima dell'artista i melanconici ritorni sul passato e le nobili ambizioni dell'avvenire. Sul teatro del romanzo che gli ricordava silenziosamente un grande trionfo, Ponchielli meditava i Lituani. E frattanto, innamorato dei luoghi, egli vagheggiava un idillio di arte e di amore che doveva bentosto realizzarsi. Infatti, dopo alcuni mesi di assenza, il Ponchielli ricomparve a Lecco accompagnato dalla donna gentile alla quale si era unito in matrimonio. La giovine sposa, artista anch'essa nel midollo, era quella Teresina Brambilla che aveva tanto contribuito al successo dei Promessi Sposi, cantando al teatro Dal Verme la bella parte di Lucia. L'albergo del Porto ebbe l'onore di accogliere all'indomani delle nozze, e di intrattenere durante la prima fase della luna di miele, la coppia meglio assortita che mai rallegrasse lo sguardo ed il pensiero di un osservatore.
Quanta omogeneità di caratteri, di sentimenti e di aspirazioni! Spettacolo raro a vedersi - un maestro acclamato che non posa da genio, e una cantante di cartello che fuori del teatro non si atteggia a prima donna assoluta. Passeggiavano estasiati in quell'ameno labirinto di viuzze, dove ad ogni piè sospinto pajono ancora disegnarsi le figure del padre Cristoforo, di Renzo, di Don Abbondio e dei bravi. Associando ai ricordi del romanzo quelli dell'opera musicale che era stata per entrambi un trionfo d'arte ed un fomite di dolcissimi affetti, sostavano colle mani allacciate alla casuccia di Renzo, si assidevano al deschetto di Lucia, parlando in versi o in gorgheggi. Al Tonio che dirigeva quelle escursioni toccava spesso di dover rappresentar la parte di Gervaso, e i casti abitatori di Acquate debbono a lui saper grado se le estasi dei due sposi recenti si contennero mai sempre nei limiti dello stile manzoniano più corretto.
Si prende amore ai luoghi ed alle persone, pel sovvenire dei piaceri o delle sofferenze che ci hanno dato. Il Ponchielli aveva raggiunto a quell'epoca il colmo della felicità. La fortuna, incontrando in una stretta viuzza il meditabondo capobanda di Cremona, avea dovuto abbracciarlo di forza e trarlo seco fino agli sbocchi di un più largo cammino. Ecco di qual maniera l'autore dei Promessi Sposi, dei Lituani e della Gioconda, s'innamorò del territorio lecchese e vagheggiò la idea di erigervi la sua dimora. Partì, s'intrattenne a Palermo, vide Napoli, Venezia, Roma, Firenze - degli incantevoli panorami si svolsero al suo sguardo; la squallida grandiosità dell'agro romano fasciato dal Tevere, il Vesuvio, le splendide notti di Sicilia, le infinite ondulazioni del mare lo rapirono di entusiasmo. Una villa Ponchielli, evocata dalla fantasia, dev'essere sorta sovra ogni lembo d'Italia dove l'arte o la natura abbiano un' espressione di grandiosità solenne o di simpatica mestizia. Ma eran ville che sfilavano nella volubilità di un cervello, per svanire, col fumo della vaporiera, dietro un treno di ferrovia.
Le alture del Gianicolo, Posillipo, la piazzetta di San Marco non valgon dunque la cime ineguali del Resegone, le arcadiche selve e le flebili cascatelle del Magnòdeno? Come farfalla al lume, Ponchielli dovette ritornare al paese. Qui aveva vedute ed amate le prime montagne, e queste gli avevano comunicato, come ad un indigeno, il mal sottile della nostalgia.
Abitò dapprima il palazzo che fu già di Alessandro Manzoni, il Caleotto. Strana coincidenza! Tre anni prima, in quel medesimo appartamento il povero Petrella aveva gioito quattro mesi di vita sibaritica, consumando in anticipazione il magro reddito de' suoi Promessi Sposi. E vedete come sieno capricciosi i giochetti della sorte! Se Petrella non avesse preso a tema di una sua opera il celebre romanzo del Manzoni, forse il Ponchielli, sudante e anelante sotto un grave cappotto, dovrebbe ancora oggidì comprimere gli scrosci delle sue rabelesche risate dinanzi ad un assessore municipale di Cremona, fatto allo stampo di colui che, anni sono, dopo uno stupendo saggio di sinfonia dato dalla banda, gli dichiarò che non si era punto soddisfatti di lui, perchè le oficleidi e le trombe non erano lucidate a dovere.
Fatto è che i Promessi Sposi di Petrella ricordarono e richiamarono a vita quelli del Ponchielli - e nella casa dove il Manzoni aveva pensato il romanzo, due maestri si succedettero, l'uno ad esaurire gli ultimi spiccioli del suo patrimonio melodico, l'altro a vagheggiare, dopo un primo trionfo, delle più ardue conquiste.
Pel corso di sette anni, durante la gestazione dei Lituani, della Gioconda, dei Figliuol Prodigo e dei Mori di Venezia, Ponchielli impiegò le sue ore d'ozio a misurare e scandagliare dei terreni. Si trattava di scegliere la posizione più adatta alla costruzione del suo casino di campagna. Quante oscillazioni, quanti pentimenti, quanti dubbi, quante paure. Uno dei caratteri più spiccati di. questa mente lucidissima, così aperta alle intuizioni di ogni bello e d'ogni vero, è la irresolutezza, la quasi morbosa diffidenza dei propri criteri. Se una ferrea volontà non si fosse imposta a quelle incessanti oscillazioni, oggi Ponchielli non vedrebbe compiuta la bianca villetta torreggiante, alla quale non mancano, per animarsi, che gli arpeggi di un pianoforte e i trilli di una simpatica nota. La gloria d'aver intrattenuto a Barco l'autore della Gioconda spetta dunque esclusivamente all'oste Giuseppe Invernizzi, detto il Davide.

Tratto dall'articolo "Barco" di Antonio Ghislanzoni, scritto e pubblicato dai giornali nel settembre dell'anno 1880.
l'intero pezzo lo potete trovare qui: BARCO


Amilcare Ponchielli con la moglie (1873)

Amilcare Ponchielli nel suo studio

Villa Ponchielli - Ecco come sta morendo un pezzo della nostra storia
Gianfranco Scotti
LA PROVINCIA DI COMO 21/02/2009

Gianfranco Scotti, delegato provinciale del Fai, denuncia lo stato di abbandono della villa: «Doveva diventare museo della Scapigliatura»

Un sopralluogo recentemente fatto a Villa Ponchielli a Maggianico ha messo in evidenza la drammatica situazione in cui versa uno degli edifici più rappresentativi della città, legato alla memoria di uno tra i più popolari compositori italiani che questa casa volle costruirsi nel 1880 per trascorrervi le villeggiature estive e autunnali, affidandone il progetto a un valente architetto lecchese, Attilio Bolla, autore anche della monumentale villa Gomes e dell'ala "umbertina" aggiunta al Teatro della Società nel 1884.
E' assolutamente inaccettabile che un patrimonio storico e ambientale come questo (il parco, bellissimo, di pertinenza della villa è ancora più grande di quello della adiacente villa Gomes) sia lasciato al suo destino da una Amministrazione Comunale che dopo averlo rilevato dagli Istituti Airoldi e Muzzi in condizioni ancora decorose, non ha fatto nulla per salvarlo dal degrado e dall'abbandono, nemmeno l'ordinaria manutenzione, così che ora l'edificio si sta avviando a divenire un rudere, con persiane bloccate da assi inchiodate, porte sprangate, una finestra all'ultimo piano aperta così che quando piove l'acqua entra nella casa con le conseguenze che si possono immaginare.
Tutto ciò è semplicemente vergognoso, e ci si chiede come sia possibile che si lasci andare alla malora un bene di primaria importanza senza che nessuno dei nostri Amministratori si ponga il problema di che cosa fare di Villa Ponchielli, senza mai che un Consigliere abbia fatto un'interpellanza per conoscere le intenzioni del Comune, ma prima ancora ci si chiede perché in tutti questi anni non si sia mai fatta una manutenzione ordinaria che preservasse dalla rovina l'edificio. Questa incuria è la dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, del disinteresse dei nostri Amministratori per la conservazione e la valorizzazione del patrimonio storico della città, per la salvaguardia dei giardini e dei parchi che formano una unità inscindibile con le ville di pertinenza, e basti citare i casi di villa Berera al lungolago e della villa ex Caldirola a San Giovanni, i cui giardini sono stati aggrediti da nuove costruzioni che ne hanno irreversibilmente stravolto la misura e l'armonia, il tutto consentito da norme del Piano Regolatore vigente che mai si è pensato di modificare.
Nel caso di villa Ponchielli siamo di fronte a una proprietà comunale, ossia a un bene che appartiene a tutta la città e che la pubblica Amministrazione ha il dovere di tutelare, restaurare, valorizzare. Si dirà che mancano i fondi per metter mano al restauro della villa. A parte il fatto che quando davvero si vuole i fondi si trovano, e ne abbiamo molteplici esempi, è indispensabile come prima misura provvedere a quegli interventi che assicurino la conservazione del bene, indipendentemente dalla destinazione che gli si voglia dare. Da anni si parla (e si straparla) di costituire a Maggianico, e proprio in Villa Ponchielli, un museo della Scapigliatura.
La nostra città ha avuto la fortuna di legare il suo nome a una stagione artistica che ha lasciato un'orma profonda nella musica, nella poesia, nella pittura del secondo Ottocento, un movimento che, nato a Milano, ha vissuto proprio qui, a Maggianico, alcuni momenti importanti quando, grazie al Ghislanzoni, alcuni significativi esponenti della cultura del tempo, dai musicisti Gomes, Ponchielli, Cagnoni, Catalani, Appiani ai direttori d'orchestra Mancinelli e Rivetta, al tenore Tamagno, agli scrittori Fontana e Praga, ai pittori Bignami, Fontana, Dell'Orto, allo scultore Bazzaro, qui convenivano attratti dalla rinomata cucina dell'oste Davide Invernizzi. Se ne giovò anche Lecco con il suo Teatro, nel quale furono date in prima esecuzione diverse opere liriche, fra le quali, memorabile, "I Promessi Sposi" di Errico Petrella nel 1869, su libretto del Ghislanzoni.
Qualsiasi altra città non si sarebbe lasciata scappare una ghiotta occasione come questa per attirare visitatori, appassionati, ricercatori, realizzando un percorso rievocativo di quella lontana stagione culturale grazie alla presenza delle ville di Gomes e Ponchielli e in quest'ultima allestire un Museo della Scapigliatura, ricercando cimeli e documenti che in parte sono già di proprietà comunale e in parte si possono rinvenire sul mercato antiquario mentre in alcuni casi ci si può accontentare anche di una copia.
In una casa non lontana dalla nostra città, tanto per fare un esempio, è conservato il pianoforte sul quale Errico Petrella ha composto "I Promessi Sposi" e questo potrebbe essere un cimelio non di poco conto da esporre in un Museo, una volta acquistato dagli attuali proprietari, così come a Villa Gomes si trova, già di proprietà comunale, il pianoforte di Carlo Gomes.
Ci sembra poi che sarebbe auspicabile un contatto con la città di Cremona (Ponchielli era nato a Paderno Cremonese) per stabilire una possibile collaborazione con Lecco a proposito della villa che a Ponchielli appartenne al fine di ricercare congiuntamente idee e spunti per l'utilizzo e la valorizzazione dell'immobile legato alla storia di Lecco ma anche a un illustre figlio di Cremona. E' evidente che le soluzioni si possono trovare, sempre che ci sia la volontà di farlo. Ma occorre fare presto perché lo stato attuale della villa è allarmante. L'Amministrazione Comunale ha il dovere di farsi carico del destino di villa Ponchielli, sottraendola a un degrado di cui non possiamo che vergognarci.


Gli studenti della 3a E della scuola media di Maggianico (Istituto Comprensivo Lecco 4) nel marzo 2012 hanno realizzato una pagina  per il quotidiano "Il Giorno" che contiene una notizia positiva su Villa Ponchielli, l'inizio dei lavori di restauro.

 

Gli studenti: Sonia Arrigoni, Giacomo Bolognini, Giulia Cattaneo, Ilaria Cattaneo, Raffaele Cogliati, Andrea Commodano, Lorena De Rocchi, Claudia  Frigerio, Luca Frigerio, Lorenzo Gnecchi, Daniele lazo, Federico Mainetti, Matteo Malighetti, Valentina Panzeri, Chiara Pappalardo, Alessander Rusta, Ester Tavola, Michele Torri, Ilaria Ventrice, Jie Zheng Qian, Min Zheng Qian.
Le insegnanti: professoresse Tiziana Verga e Concetta Ferraro.


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